Gli italiani e le liberalizzazioni

 

Cosa pensano gli italiani delle politiche liberali? Alla domanda ha cercato di rispondere una ricerca, commissionata da Analysis SpA, che ha chiesto all'ISPO di Renato Mannheimer di interrogare la popolazione italiana sul tema. I risultati sono stati presentati a luglio a Villa La Pietra, Firenze, nell'ambito di un convegno sponsorizzato dalla New York University ed organizzato da un gruppo di economisti italiani che lavorano negli Stati Uniti ed han dato vita al blog www.noisefromamerika.org.

L'indagine ha coinvolto sia un campione rappresentativo della popolazione italiana (1000 persone), sia un gruppo ristretto di 'testimoni privilegiati' (giornalisti, imprenditori, dirigenti, liberi professionisti) ai quali sono state poste un numero notevole di domande (e per questo riporteremo i risultati in tre puntate.) Alle persone intervistate è stato chiesto di dare 'voti' da 1 a 10 a varie proposte di riforma d'impronta squisitamente liberale. La sintesi veramente sintetica, e non molto sorprendente, è schizofrenica: agli italiani il liberismo piace molto quando non sembra implicare rischi personali diretti o la riduzione dei trasferimenti di denaro comunemente definiti "stato sociale", altrimenti no. Per esempio: l'italiano medio vorrebbe sia ridurre drasticamente le tasse che riportare il debito al di sotto del 60% del PIL, sia.... incrementare la spesa pubblica per salute, educazione e pensioni. Il vincolo di bilancio, evidentemente, non viene considerato essenziale per l'attuazione di politiche liberali.

Ad ogni buon conto, nonostante queste incongruenze, ma anche grazie ad esse, i risultati dell'inchiesta sembrano essere alquanto istruttivi e meritano attenzione. Posticipando alle prossime puntate sia l'approfondimento di molti interessanti dettagli che la riflessione sulla implicazioni politiche mi limito oggi ad una illustrazione, il più completa possibile, dei principali risultati.

Vediamo dapprima in quali campi gli italiani sono decisamente liberalizzatori. Una prima domanda chiede se sia un fatto positivo o negativo per l'Italia creare un sistema universitario basato sulla concorrenza tra università. Il 66% del campione considera questo un fatto positivo, ossia assegna un voto tra 6 e 10. Solo il 17% 'boccia' la proposta assegnando un voto tra 1 e 5, mentre un ulteriore 17% si rifugia nel 'non so'. Numeri molto simili si riscontrano alla domanda se sia un fatto positivo o negativo fare una legge sul conflitto di interessi. Anche qui il 66% del campione afferma che tale fatto sarebbe positivo, il 16% lo riterrebbe negativo, e il 18% non prende posizione. Tali percentuali diventano di tipo "bulgaro" nel caso dei testimoni prvilegiati: il 98% si dichiara a favore della concorrenza universitaria ed il 94% della regolazione del conflitto d'interessi.

Ai testimoni privilegiati era stata offerta una lista più lunga di politiche liberali che includeva una riduzione drastica del settore pubblico, "ulteriori" liberalizzazioni (si fa per dire, visto che alla fine Bersani non ha liberalizzato nulla, grazie anche all'azione dell'opposizione), il debito pubblico al 60% del PIL, sistema pensionistico a capitalizzazione e via elencando sino alla riduzione al minimo dello stato sociale. Solo quest'ultima non gode delle simpatie della maggioranza dei testimoni privilegiati (49% tra il 6 ed il 10) mentre tutte le altre vengono approvate a larga, tavolta enorme, maggioranza. Almeno nelle inchieste le elites italiane sono decisamente liberali, come si possa noi essere il paese più medievale dell'occidente.

Anche se con numeri un po' inferiori, notevole sostegno raccolgono, nel complesso della popolazione, anche le proposte di liberalizzazione del commercio e delle professioni. Il 55% del campione afferma che liberalizzare questi settori rappresenterebbe un fatto positivo per il paese, assegnando alle proposte di liberalizzazione un voto tra 6 e 10. Sono invece contrari alle liberalizzazioni il 23% degli intervistati, mentre il rimanente 22% non risponde. In altre parole, per ogni italiano che si dichiara contrario a liberalizzare commercio e professioni ce ne sono due che si dichiarano invece a favore. Viene spontaneo chiedersi, con un tale sostegno popolare com'è possibile che il governo Berlusconi non abbia nemmeno provato a liberalizzare le professioni mentre quello Prodi ha fatto finta di volerlo fare senza poi farlo? Ancor più: quale mostruoso difetto del sistema elettorale rende compatibile un parlamento che unanimente affossa persino una minimissima liberalizzazione delle licenze dei taxi con un elettorato che, per i due terzi, ne vorrebbe una drastica liberalizzazione.

La stessa domanda vale per il sistema giudiziario: in varie istanze l'italiano medio, ed ancor piu' il testimone privilegiato medio, insistono sul desiderio di un sistema giudiziario piu' "leggero". Infatti, fra le istituzioni dello stato il sistema giudiziario gode del tasso d'approvazione minore di tutti, con solo il 28% del campione disposto a concedere la sufficienza al suo operato. Tanto per dare un'idea, il sistema delle ferrovie dello stato viene ritenuto sufficiente dal 33% della popolazione. Di nuovo, però, vale la domanda precedente: quanto disgraziato dev'essere un sistema politico dove nessun governo è capace, o ritiene meritorio, riformare drasticamente il sistema giudiziario mentre i tre quarti della popolazione lo chiede a gran voce?

Risultati meno netti si riscontrano invece in altri ambiti. Una domanda del questionario cerca di misurare l'atteggiamento degli italiani nei confronti dell'intervento pubblico in economia. Agli intervistati è stato chiesto di scegliere un numero tra 1 e 10, dove 1 corrisponde all'affermazione 'lo Stato deve garantire un'ampia gamma di servizi pubblici gratuiti, anche a costo di aumentare le tasse', mentre 10 corrisponde all'affermazione 'lo Stato deve innanzitutto ridurre le tasse, anche a costo di diminuire i servizi pubblici'. Gli intervistati sembrano collocarsi in buona misura nel mezzo: il voto medio risulta infatti essere 5,1. In effetti un terzo del campione assegna un voto di 5 o 6. Il 37% assegna un voto tra 1 e 4, mostrandosi in tal modo fortemente a favore dell'intervento pubblico in economia anche a costo di maggiori tasse. Il 24% è invece nettamente a favore di una riduzione delle tasse e dell'intervento pubblico, scegliendo un voto tra 7 e 10. Solo il 6% degli intervistati non prende posizione. Qui è interessante notare che i 'testimoni privilegiati' sono più favorevoli della popolazione a una riduzione delle tasse. Il voto medio per questo gruppo è di 5,7. La posizione mediana, con un voto di 5 o 6, è scelta dal 30% dei testimoni privilegiati, pressapoco come nella popolazione, ma l'entità delle ali è invertita: il 28% sceglie un voto da 1 a 4, mentre il 38% sceglie un voto da 7 a 10.

Oltre a fornire servizi lo Stato italiano spesso controlla o regola in modo molto stretto diversi settori industriali o finanziari. Cosa pensano gli italiani al riguardo? Se si assegna da un lato il valore 1 all'affermazione 'lo Stato deve mantenere il controllo delle imprese in settori economici ritenuti strategici (energia, telecomunicazioni, banche, ecc.)' e il valore 10 all'affermazione 'lo Stato deve privatizzare il più possibile le imprese in settori economici ritenuti strategici', di nuovo gli intervistati tendono a collocarsi nel mezzo, anche se un po' più spostati verso soluzioni dirigiste. Il voto medio è 4,7. Il 46% sceglie un voto da 1 a 4, mostrando quindi notevole favore per il controllo statale. Il 22% si colloca nel mezzo, con un voto di 5 o 6. I convinti liberalizzatori (voto dal 7 al 10) sono invece il 24%. Resta un 8% di persone che non si esprimono. Il divario tra l'atteggiamento della popolazione e quello dei testimoni privilegiati è in questo caso alquanto marcato. Il voto medio degli opinion leaders è di 6,5. La percentuale di chi sceglie decisamente le privatizzazioni, assegnando un voto da 7 a 10, è il 59%, più del doppio dell'analoga percentuale nella popolazione.

Questo fenomeno, di una popolazione più favorevole delle elites all'intervento statale, viene confermato in altre domande relative all'importanza relativa di uguaglianza e libertà ed al mercato del lavoro. Assegnando il valore 1 all'affermazione 'Occorre garantire innanzitutto l'ugualglianza sociale anche a costo di limitare le libertà dei singoli individui' e il valore 10 all'affermazione 'Occorre garantire innanzitutto la libertà dei singoli individui, anche a costo di veder crescere le disuguaglianze', il voto medio scelto risulta essere 4,8. Un voto di 5 o 6 viene scelto dal 31% della popolazione, mentre il 41% sceglie un voto tra 1 e 4. Solo il 20% mostra di ritenere che le libertà individuali abbiano comunque precedenza, scegliendo un voto tra 7 e 10. Il quadro cambia parecchio quando si guarda ai testimoni privilegiati. Il voto medio in questo caso è il 6,4%. Di nuovo, la posizione intermedia (voto di 5 o 6) è scelta più o meno con la stessa frequenza che la popolazione, il 28%, ma cambiano radicalmente le ali della distribuzione. Ben il 52% dei testimoni privilegiati scelgono un voto tra 7 e 10, mentre solo il 18% sceglie un voto tra 1 e 4.

Fermiamoci qui, troppi numeri ubriacano ed è meglio lasciarne qualcuno per domani. Limitiamoci anche ad una breve morale: l'impressione è che per la maggioranza degli italiani il "liberismo" sia una bella fantasia, della quale è ora di moda dimostrarsi interessati. Quando, foss'anche solo in un'intervista, la fantasia sembra trasformarsi in una realtà che potrebbe mettere in discussione alcune sicurezze e privilegi personali, allora appare una sostanziale reticenza. Lunga e tortuosa è la strada del liberismo in Italia; si tratta di capire se almeno una sparuta truppa di gruppi sociali esiste che sia disposta ad iniziare a percorrerla.

Michele Boldrin

www.noisefromamerika.org